L’omino del sonno

WeWe! Ciao a tutti =)

Dopo aver appurato di non poter conciliare la costanza nello scrivere un blog con gli imprevisti della mia vita, ho deciso di prendere la cosa così come viene e scrivere qui quando si può, senza cazzi e mazzi vari (permettetemi il francesismo).

Così mi ritrovo a condividere con voi una…come chiamarla? Una storiella buffa e senza troppo senso che ho inventato una sera per mandare la buonanotte al mio ragazzo; ripeto: non è nulla di speciale, è una storiella. Ma a me piace (come minimo! XD) e volevo condividerla anche con voi!

A presto!

L’OMINO DEL SONNO
C’era una volta l’Omino del Sonno. Aveva un aspetto buffo e tenero e proprio per questo era da tutti benvoluto. Viveva tutto solo in una piccola casetta, in cima ad un monte di cui non ci è dato sapere il nome.
L’Omino del Sonno aiutava le persone ad addormentarsi dolcemente, poi lasciava le redini del dolce dormire all’Omino dei Sogni che, data la sua natura di burlone, decideva se donare sogni belli o brutti.
Questo lavoro, che a molti sembra una sciocchezza, richiedeva invece un grande sforzo all’Omino del Sonno: infatti troppe erano le volte che incontrava persone perseguitate dalla Donnina dell’Insonnia, o da Madama Tristezza o ancora da Miss Adrenalina; insomma, non era facile far addormentare queste persone in poco tempo!
Il grande dispendio di energie da parte dell’Omino del Sonno, lo rendeva molto triste: non per la fatica, ma per la mancanza totale di tempo per cercare qualcuno con cui condividere il suo poco tempo libero.
I giorni passavano lenti e tristi e l’Omino del Sonno ormai stava perdendo le speranze.
Ma un bel dì, in un lontano e sperduto paesino, fece l’incontro che gli cambiò la vita: Donna Pigrizia albergava da molto tempo in una piccola casupola abitata da giovani; a dir la verità, era lì da così tanto che anche lei si stava annoiando. Fu un colpo di fulmine: si presero la mano, si guardarono negli occhi e si promisero di volersi sempre bene.
Da quel giorno, l’Omino del Sonno, realizzò il suo più grande desiderio: avere qualcuno vicino la sera a cui poter sussurrare dolcemente…”buonanotte”…

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Piccolo testo triste

L’anima è composta da mille porticine. Alcune di esse, una volta aperte, ti portano dritta in Paradiso.

Altre, all’Inferno.

Altre ancora, ti fanno precipitare in un baratro, nel quale cadrai senza sosta. Prega di non toccare mai il fondo, perchè allora vorrà dire che sei morta.

Racconto: “Il Grand Guignol”

Ciao a tutti e ben trovati! Oggi ho voglia di condividere con voi un racconto che ho scritto qualche tempo fa e che io personalmente trovo pazzo e contorto…e che proprio per questo motivo, amo! =D aggiungo solo una cosa: a volte ho davvero una mente perversa e contorta………….

È ormai passato un anno da quando il mio amato teatro ha chiuso ed io, Geneviève Dupris, è proprio da un anno che me ne sto rinchiusa in questa stanza che sa di muffa e che cade a pezzi. Esco sporadicamente per comprare qualcosa da mangiare e solo quando quel sempliciotto di Gustav si da malato, facendomi così mancare la spesa. Malato quello? So io che ha da fare!
Ma non fa niente, fa niente! Mi dico, io. Ti stavo raccontando, mio caro amico, del Teatro; oh sì, il teatro con la “t” maiuscola.
I nostri spettacoli non erano dei più comuni, ma la gente li apprezzava: chi è che dice che l’eccesso non piace? Io vedevo solo facce compiaciute su uomini vestiti di pomposi abiti. Uomini, ma anche donne, che vivevano una vita di facciata, come la chiamo io. Altrimenti non sarebbero mai venuti al Grand Guignol.
Ma, sacrebleu! parliamo di loro, degli spettacoli! Sulle locandine usavamo sempre le solite parole che ormai, avevamo notato, attiravano attenzione e spettatori più del miele con le api: violenza, vampirismo, occultismo, necrosadismo e necrofilia.
Ancora mi viene l’acquolina in bocca al solo pensiero, come se parlassi di un’ottima pietanza. Mi ricordo quello che era il mio asso nella manica: il nome dello spettacolo era “La danse macabre du vampire”. Vuoi che te ne parli? Ma certo, piccolo amico baffuto, certo.
Mi gratto nervosamente la testa, alla base del mio chignon che raccoglie elegantemente i miei ricci ambrati. Il mio compagno era Gaston, un vero professionista, nonché un delizioso amante: passavamo giornate intere sotto le lenzuola, almeno fino a quando non divenne lui stesso carne per i nostri spettacoli. Forde sto correndo troppo, hai ragione, amico peloso. Dunque, stavamo dicendo? Ah! La trama dello spettacolo è fin troppo semplice, quasi oscena per la sua banalità: una giovane e bellissima donna si ritrova a vagare sola, persa nell’oscurità della notte; improvvisamente, svoltando un angolo, s’imbatte in un uomo, chino su di un corpo. Morto. E l’uomo si ciba del corpo, anche sessualmente. La ragazza allora cerca di scappare, ma egli si muove lesto nell’ombra e la prende saldamente per i fianchi, attirandola a sé; il sesso premuto contro la giovane. Lui la volta e la guarda quasi teneramente e lei se ne innamora, pur vedendo in lui malvagità, lussuria e cattiveria allo stato primordiale. Lui inizia ad ondeggiare delicatamente in una sorta di danza e la giovane segue i suoi movimenti, entrando in sintonia col suo nuovo amore. Il sipario si chiude lentamente sulla scena di lui che le morde il collo e si imbratta col suo sangue.
Mi posso immaginare ora, mentre ti racconto tutto ciò, con gli occhi luccicanti per l’emozione; istintivamente passo la mano sul mio collo cercando i segni che numerosi spettacoli della danse macabre hanno lasciato sulla mia pelle perfetta. Quando la mano li trova, sussulto. Che meraviglia. Ricordo le piccole lame che Gaston si nascondeva dietro ai canini superiori e che lasciava spuntare appena, per potermi ferire senza uccidermi. Dolce la sensazione del mio sangue caldo che scorreva sul mio collo e su di lui; forse è per questo che dopo ognuno di questi spettacoli, facevamo meglio l’amore.
Oltre a questo spettacolo, in cui avevo la parte principale, avevo piccole parti anche in altri: per lo più, data la mia bellezza, ero la giovane che veniva stuprata e seviziata. Il mio corpo ancora porta i segni, ma in fin dei conti eravamo o no al Grand Guignol? Noi non fingevamo, era tutto vero; e i nostri spettatori apprezzavano e godevano di questo.
Recitai per lunghi anni, poi quando il mio corpo sodo e ben tornito fu troppo pieno di cicatrici, mi venne offerta la possibilità di restare e fare la sceneggiatrice per quel circolo dei dannati, come noi attori chiamavamo affettuosamente il teatro. Proseguì la mia relazione con Gaston, benché lui continuasse a recitare, stuprando donne e cadaveri ed io scrivevo le sceneggiature. Dopo due anni, Gaston morì. Decidemmo di usare il suo cadavere per un grande spettacolo in suo onore. E fu davvero la sua ultima, grande apparizione.
Era il maggio 1962; da quel giorno il Grand Guignol iniziò il suo lento declino. Ed il mio, con quello del teatro.
Dicevano che stavo impazzendo, che non ero in me, forse per la perdita di Gaston; e che ciò comprometteva notevolmente anche la qualità delle mie sceneggiature, fino a quel momento impeccabili. Insistettero così tanto che quasi me ne convinsi anche io, di essere pazza dico. Così, quando chiudemmo definitivamente i battenti nel 1963, mi ritirai in questa casupola che un giorno fu il rigoglioso nido d’amore mio e di quel farabutto di Gaston, morto per overdose di quello che lui definiva “il suo energizzante personale”. E sappiamo entrambi di cosa io stia parlando.
Ormai sono anni che sono qui…forse…oppure…com’è che ti dicevo prima? Un anno. Sì, può essere. Che differenza fa? Gustav mi tiene rinchiusa. Lo detesto con tutta me stessa. So che vorrebbe infilare le mani dove anche altri le hanno infilate, ma io non glielo permetterò.
E anche tu, non squittire così acutamente, mi stordisci!
Rifletto su quello che mi dici, e sì, grazie per aver abbassato la voce.
Non credo di aver mai detto che Gustav mi porti la spesa: magari lo facesse, quel mentecatto buono a nulla. Invece sa solo entrare qui a farmi ingollare qualche pasticca magica, come la definisce lui, facendomi l’occhiolino; io glielo caverei quell’occhio. Adesso che ci penso, possibile che non abbia niente in questa stanza che mi permetta di infilzargli violentemente quell’occhio porcino color verde smunto, per metterlo poi nel mio Martini al posto dell’oliva? Certo che qui servono Martini, che fesserie vai dicendo stupido topo!
Scuoto un po’ la testa: ormai mi sono ridotta a dover raccontare la mia caduta in disgrazia a degli stupidissimi ratti.
« Tesoro, potresti usare le forcine con cui raccogli quel merveilleux chignon »
« G-Gaston? Mon trésor, non mi avevi detto di esser tornato già dalla spesa» …spesa?
Con grande eleganza mi alzo e mi siedo sul letto, dove lui si è appena sdraiato; guardo fuori dalla finestra lì vicino: fuori, il classico grigiore autunnale dipinge ogni cosa. Ma ad infastidirmi non è quello, bensì le mille, piccole figure che si muovono lì fuori e dentro casa mia, altrettanto grigie.
« Sai, amore, penso che dovremmo proprio investire il prossimo incasso dello spettacolo in una seria disinfestazione: i ratti ormai ci assediano »
Clic.
Sento il rumore di una porta che si richiude, allora mi giro e vedo Gustav che mi fissa: ma da quanto tempo sarà lì?
Si schiarisce la voce.
« Non c’è nessun ratto, Geneviève, lo sai »
Sbuffo. Mi rigiro verso Gaston per farmi dare manforte ma, come sempre quando entra Gustav, lui si dilegua; prima o poi dovrò rimproverarlo.
Allora torno a guardare l’insulso Gustav, che ha incrociato le braccia sul petto e aspetta che io dica qualcosa. Mi incoraggia, con falsa cortesia, con un cenno degli occhi.
Sospiro.
« Quando pensi che mi lascerai stare in pace col mio Gaston? Non è da uomo educato infilarsi di soppiatto nelle camere delle signore mentre sono indaffarate col loro uomo » poi lo stuzzico « sei forse un voyeur
Lui scuote la sua testa pelosa. Pelosa? Volevo dire riccioluta.
« Come te lo devo dire Geneviève: Gustav è morto e tu sei in una clinica psichiatrica »
« Ed io come devo dirtelo, Gustav, che sei un fottuto bugiardo? » mi rigiro verso la finestra. Abbasso la voce, per non farmi sentire.
« Bah, ratti. Che razza infida. »

Mi auguro che la lettura sia stata di vostro gradimento….a domani!

“Fino all’ultima lacrima di sangue” – I capitolo

In linea di massima, questo vorrebbe essere il primo capitolo del mio primo romanzo…

La grande e nera struttura si stagliava contro il cielo altrettanto nero, o forse era solo la notte a far sembrare tutto così particolarmente cupo.
Sam Cartwright si fermò sul marciapiede dalla parte opposta del manicomio Saint Angels di Faustville, come era solito fare ogni sera, tornando dal lavoro. Non sapeva perché, ma ormai era come un rituale: percorreva il tragitto sul lato opposto del manicomio, si fermava sempre nello stesso punto preciso e osservava attentamente le mura decadenti di quella struttura ottocentesca.
Quella sera, forse per la totale assenza di luce, anche di quella della luna, il Saint Angels gli sembrava più oscuro ma anche, in un certo senso, vivo.
Così si trovò a studiare minuziosamente i mattoncini anneriti dal tempo e dallo smog, il profilo alto e lugubre che si stagliava fiero nell’ombra. Fu come attratto da una forza invisibile e così, quasi senza accorgersene, si ritrovò sul marciapiede vicino al Saint Angels. Lo osservava attentamente, come fosse la prima volta che lo notasse: il portone di legno antico pieno di buchi provocati dai tarli, i primi due piani senza nessuna finestra o pertugio, il tetto spiovente dal quale ogni tanto crollava una tegola e i comignoli anneriti dal fumo che per anni vi era fuoriuscito ora erano un rifugio per uccelli. Alcune delle finestre sprangate avevano il vetro dietro rotto, notò. D’improvviso, mentre con gli occhi correva veloce da sinistra a destra su tutte le finestre, che iniziavano dal terzo piano e arrivavano fino all’ultimo, gli parve di cogliere una leggera luce tremolante nell’ala ovest; ma fu probabilmente uno scherzo giocatogli dalla stanchezza perché quando ricontrollò attentamente non vide più nulla. Il suo sguardo si spostò allora sul giardino che circondava il manicomio: l’erba era corta e curata e questo era opera del vecchio Paul, il giardiniere che da moltissimi anni ormai accudiva il prato circostante l’edificio, tagliando l’erba almeno una volta al mese. Ma la sua attenzione non era rivolta a quell’erba così ben curata, bensì al salice che cresceva all’angolo tra la costruzione centrale e l’ala est, il quale faceva ricadere le sue belle e folte fronde sul laghetto artificiale in cui ormai le uniche anime vive erano rane e piccoli pesci. Sam lo studiava attentamente, stranito: si guardò intorno e stette in ascolto, allungando un po’ il collo fuori dalla sciarpa di lana che la sua dolce Anne gli aveva regalato il Natale precedente. Scosse la testa e si fece pensieroso: no, non c’era vento, aveva sentito bene. Allora perché le fronde del salice ondeggiavano dolcemente, facendo sì che quelle più lunghe toccassero e increspassero l’acqua?
Si riscosse per un attimo da una specie di torpore e notò di aver fatto un ulteriore passo verso il Saint Angels. Non era un comportamento che potesse controllare, semplicemente nel suo inconscio c’era qualcosa che lo spingeva sempre più vicino, quella sera.
Un gattaccio di strada lo fece spaventare a morte, uscendo da un pertugio nel portone principale, creato probabilmente da qualche teppistello che voleva lasciare la sua traccia su quell’antico edificio, il più antico di Faustville. Il gatto, noncurante, gli passò vicino e quando lui lo guardò negli occhi, questo rizzò il pelo, soffiò e scappò veloce dall’altra parte della strada, sparendo dentro ad un cespuglio.
«Maledetto gatto, chissà che gli è preso!» disse a mezza voce Sam, massaggiandosi il cuore come se ciò lo aiutasse realmente a riprendersi dallo spavento.
Mentre malediceva il gatto e cercava di riscuotersi sentì una leggera folata di vento accarezzargli la nuca, come se una mano invisibile si fosse infilata nella sua sciarpa per farlo rabbrividire; beh, anche se l’idea della mano invisibile era un po’ fantasiosa, di fatto rabbrividì lo stesso. Stava pensando di riprendere il tragitto verso casa, ma sentiva le gambe pesanti, quasi cementate nel prato del Saint Angels. Subito sentì uno scricchiolio, come di una vecchia porta che si stesse schiudendo; e dato che l’unica porta nei paraggi era quella di ingresso, il suo sguardo ricadde proprio lì, appena in tempo per vedere una nera manina sparire al suo interno. Gli si gelò il sangue nelle vene e, incredulo, sgranò gli occhi.
Il silenzio lì intorno si era fatto assordante, solo il suo cuore batteva così forte nel suo petto da lasciar udire il rimbombo nella notte. Nessun gatto in vista, nessuna persona che passasse. E lo strano vento, si era acquietato.
Sam iniziò a sentire un brivido molto simile a quello della paura. Poi però si riscosse, pensando che l’autosuggestione lo avesse sempre un po’ intimorito e che anche questa volta ci era cascato come un pollo. Fece per tornare sui suoi passi, ma prima diede un’ultima occhiata al portone, là dove quella manina nera era scomparsa poco prima: non c’era assolutamente nulla. Si tranquillizzò, pensando che, dopotutto, poteva essere anche un piccolo uccellino notturno che vedendo l’apertura, si era intrufolato; e lui, voltando di scatto la testa, aveva visto solo ciò che voleva vedere e non ciò che realmente era. Annuì, risoluto, pensando che doveva proprio essere andata così.
«Stupido vecchio!» si disse.
Mentre stava per riprendere a camminare verso casa, sentì uno schiocco provenire da dentro il Saint Angels; e questa volta, ne era certo, non era stata la sua fantasia.
Lo schiocco fu quasi immediatamente seguito da una sottile risatina isterica, che congelò definitivamente il sangue nelle vene del povero Sam.
Mosso da qualche stupido istinto (sperava non dalla curiosità!) si avvicinò piano al portone: probabilmente qualche giovane del posto si divertiva a giocargli degli scherzi; ma non appena l’avesse acciuffato, glieli avrebbe fatti vedere lui i suoi scherzi!
Così avvicinò l’occhio all’apertura della porta e scrutò l’interno dell’edificio: la hall del Saint Angels era, come ci si poteva aspettare, polverosa e decadente. Intravide una scrivania centrale e vide un piccolo movimento su di essa: aguzzando la vista, notò che un topolino si stava facendo un giretto. Distolse lo sguardo e guardò prima a destra, dove una grande lastra di marmo riportava i nomi dei vecchi benefattori del manicomio, poi a sinistra, dove vide l’inizio di un corridoio. Mentre osservava quel cunicolo buio che sembrava richiamarlo a sé per inghiottirlo nella sua oscurità, uno squittio forte provenne dal lato destro, dove i suoi occhi balenarono rapidamente: lì, in terra, il piccolo topo che prima trottava felice sulla scrivania piena di polvere e ragnatele, giaceva aperto in due.
Sam divenne bianco come un cencio, ma non riuscì a distogliere lo sguardo da quel corpicino dilaniato. Colse un movimento rapido alla sua sinistra e di nuovo i suoi occhi si mossero rapidamente in quella direzione. Ciò che stava osservando era un occhio, un occhio azzurro ghiaccio ed iniettato di sangue. Le urla gli morirono in gola mentre l’occhio lo guardava beffardo e una sudicia mano lo prese per la giacca, trascinandolo dentro.

 

Lo so che la storia sembra trita e ritrita….ma ho in mente uno svolgimento che vi sconvolgerà, con un “personaggio” che si è visto solo in un film di Argento… 😀
Dunque, che ne dite?

Qui il pdf, per chi fosse più comodo! Fino all’ultima lacrima di sangue – I capitolo

Vecchi scritti: “Fantasie”

h. 5.20: la città è ancora buia, i bambini sono ancora nei loro lettini e sognano.
Chiudo la porta di casa e mi avvio verso la stazione. Mi volto spesso, perché sento dei rumori; probabilmente saranno solo dei gatti che fanno baruffa per un topino morto da spartirsi.
Trascino il mio bagaglio, quasi ridacchiando tra me e me per il caos che provoco a quest’ora del mattino. Mentre mi avventuro, mi sovviene vivido il ricordo dell’ultima volta che andai in stazione: trovai una forbice, sulla panca sulla quale mi sedetti. Mi inquietò notevolmente. Pensai che improvvisamente, come nei nostri peggiori incubi, quel corpo di gelido metallo avrebbe preso vita e mi avrebbe fatta a pezzettini; poi venivo trovata più tardi, in atroci condizioni, con la forbice pulita come quando ero arrivata, ferma nella posizione in cui l’avevo trovata.
Cancello da me queste fantasie, mentre un brivido gelido mi percorre la spina dorsale. Continuo a camminare con passo lesto, guardandomi spesso le spalle.
Nel tragitto casa/stazione percorro una stradina seminascosta, alla metà della quale c’è una fontana sulla destra e un piccolo parco giochi sulla sinistra.
Mi immagino seduta sull’altalena, tranquilla, quando improvvisamente un vento gelido si alza. Mi guardo intorno spaesata ed atterrita, e nella semioscurità un’ombra, che si fa vicina.
Il cappuccio calato sugli occhi mi impedisce di scorgere i lineamenti del viso dello strano viandante.
Ho un attimo di panico, pensando si tratti di qualche drogato che frequenta d’abitudine questi luoghi.
Eppure non mi pare.
Poi un piccolo, agghiacciante dettaglio mi blocca respiro e circolazione: dalla manica lunga e nera vedo spuntare dei coltelli, come lunghi e affilati artigli.
Inizio a tremare, incapace sia di gridare che di muovermi, mentre il mio aguzzino si fa sempre più vicino.
Tento di alzarmi, ma le gambe mi cedono; e cado in avanti, dando un colpo all’altalena, che inizia a dondolare. Piano.
Il mio aggressore dall’aura feroce è ormai innanzi a me ed io, pietrificata, alzo una mano. Come se una povera, indifesa mano mi proteggesse da ogni cosa, e…
-Signorina, si sente bene?-
Sbatto più volte le ciglia. Sono accovacciata per terra e un’anziana signora mi guarda con aria preoccupata.
-Io…s-sì, grazie-. Mi rialzo, stordita.
Prendo il mio bagaglio e mi dirigo verso la stazione.
Butto un occhio al parchetto.
L’altalena ancora dondola, piano.