Racconto: “Il Grand Guignol”

Ciao a tutti e ben trovati! Oggi ho voglia di condividere con voi un racconto che ho scritto qualche tempo fa e che io personalmente trovo pazzo e contorto…e che proprio per questo motivo, amo! =D aggiungo solo una cosa: a volte ho davvero una mente perversa e contorta………….

È ormai passato un anno da quando il mio amato teatro ha chiuso ed io, Geneviève Dupris, è proprio da un anno che me ne sto rinchiusa in questa stanza che sa di muffa e che cade a pezzi. Esco sporadicamente per comprare qualcosa da mangiare e solo quando quel sempliciotto di Gustav si da malato, facendomi così mancare la spesa. Malato quello? So io che ha da fare!
Ma non fa niente, fa niente! Mi dico, io. Ti stavo raccontando, mio caro amico, del Teatro; oh sì, il teatro con la “t” maiuscola.
I nostri spettacoli non erano dei più comuni, ma la gente li apprezzava: chi è che dice che l’eccesso non piace? Io vedevo solo facce compiaciute su uomini vestiti di pomposi abiti. Uomini, ma anche donne, che vivevano una vita di facciata, come la chiamo io. Altrimenti non sarebbero mai venuti al Grand Guignol.
Ma, sacrebleu! parliamo di loro, degli spettacoli! Sulle locandine usavamo sempre le solite parole che ormai, avevamo notato, attiravano attenzione e spettatori più del miele con le api: violenza, vampirismo, occultismo, necrosadismo e necrofilia.
Ancora mi viene l’acquolina in bocca al solo pensiero, come se parlassi di un’ottima pietanza. Mi ricordo quello che era il mio asso nella manica: il nome dello spettacolo era “La danse macabre du vampire”. Vuoi che te ne parli? Ma certo, piccolo amico baffuto, certo.
Mi gratto nervosamente la testa, alla base del mio chignon che raccoglie elegantemente i miei ricci ambrati. Il mio compagno era Gaston, un vero professionista, nonché un delizioso amante: passavamo giornate intere sotto le lenzuola, almeno fino a quando non divenne lui stesso carne per i nostri spettacoli. Forde sto correndo troppo, hai ragione, amico peloso. Dunque, stavamo dicendo? Ah! La trama dello spettacolo è fin troppo semplice, quasi oscena per la sua banalità: una giovane e bellissima donna si ritrova a vagare sola, persa nell’oscurità della notte; improvvisamente, svoltando un angolo, s’imbatte in un uomo, chino su di un corpo. Morto. E l’uomo si ciba del corpo, anche sessualmente. La ragazza allora cerca di scappare, ma egli si muove lesto nell’ombra e la prende saldamente per i fianchi, attirandola a sé; il sesso premuto contro la giovane. Lui la volta e la guarda quasi teneramente e lei se ne innamora, pur vedendo in lui malvagità, lussuria e cattiveria allo stato primordiale. Lui inizia ad ondeggiare delicatamente in una sorta di danza e la giovane segue i suoi movimenti, entrando in sintonia col suo nuovo amore. Il sipario si chiude lentamente sulla scena di lui che le morde il collo e si imbratta col suo sangue.
Mi posso immaginare ora, mentre ti racconto tutto ciò, con gli occhi luccicanti per l’emozione; istintivamente passo la mano sul mio collo cercando i segni che numerosi spettacoli della danse macabre hanno lasciato sulla mia pelle perfetta. Quando la mano li trova, sussulto. Che meraviglia. Ricordo le piccole lame che Gaston si nascondeva dietro ai canini superiori e che lasciava spuntare appena, per potermi ferire senza uccidermi. Dolce la sensazione del mio sangue caldo che scorreva sul mio collo e su di lui; forse è per questo che dopo ognuno di questi spettacoli, facevamo meglio l’amore.
Oltre a questo spettacolo, in cui avevo la parte principale, avevo piccole parti anche in altri: per lo più, data la mia bellezza, ero la giovane che veniva stuprata e seviziata. Il mio corpo ancora porta i segni, ma in fin dei conti eravamo o no al Grand Guignol? Noi non fingevamo, era tutto vero; e i nostri spettatori apprezzavano e godevano di questo.
Recitai per lunghi anni, poi quando il mio corpo sodo e ben tornito fu troppo pieno di cicatrici, mi venne offerta la possibilità di restare e fare la sceneggiatrice per quel circolo dei dannati, come noi attori chiamavamo affettuosamente il teatro. Proseguì la mia relazione con Gaston, benché lui continuasse a recitare, stuprando donne e cadaveri ed io scrivevo le sceneggiature. Dopo due anni, Gaston morì. Decidemmo di usare il suo cadavere per un grande spettacolo in suo onore. E fu davvero la sua ultima, grande apparizione.
Era il maggio 1962; da quel giorno il Grand Guignol iniziò il suo lento declino. Ed il mio, con quello del teatro.
Dicevano che stavo impazzendo, che non ero in me, forse per la perdita di Gaston; e che ciò comprometteva notevolmente anche la qualità delle mie sceneggiature, fino a quel momento impeccabili. Insistettero così tanto che quasi me ne convinsi anche io, di essere pazza dico. Così, quando chiudemmo definitivamente i battenti nel 1963, mi ritirai in questa casupola che un giorno fu il rigoglioso nido d’amore mio e di quel farabutto di Gaston, morto per overdose di quello che lui definiva “il suo energizzante personale”. E sappiamo entrambi di cosa io stia parlando.
Ormai sono anni che sono qui…forse…oppure…com’è che ti dicevo prima? Un anno. Sì, può essere. Che differenza fa? Gustav mi tiene rinchiusa. Lo detesto con tutta me stessa. So che vorrebbe infilare le mani dove anche altri le hanno infilate, ma io non glielo permetterò.
E anche tu, non squittire così acutamente, mi stordisci!
Rifletto su quello che mi dici, e sì, grazie per aver abbassato la voce.
Non credo di aver mai detto che Gustav mi porti la spesa: magari lo facesse, quel mentecatto buono a nulla. Invece sa solo entrare qui a farmi ingollare qualche pasticca magica, come la definisce lui, facendomi l’occhiolino; io glielo caverei quell’occhio. Adesso che ci penso, possibile che non abbia niente in questa stanza che mi permetta di infilzargli violentemente quell’occhio porcino color verde smunto, per metterlo poi nel mio Martini al posto dell’oliva? Certo che qui servono Martini, che fesserie vai dicendo stupido topo!
Scuoto un po’ la testa: ormai mi sono ridotta a dover raccontare la mia caduta in disgrazia a degli stupidissimi ratti.
« Tesoro, potresti usare le forcine con cui raccogli quel merveilleux chignon »
« G-Gaston? Mon trésor, non mi avevi detto di esser tornato già dalla spesa» …spesa?
Con grande eleganza mi alzo e mi siedo sul letto, dove lui si è appena sdraiato; guardo fuori dalla finestra lì vicino: fuori, il classico grigiore autunnale dipinge ogni cosa. Ma ad infastidirmi non è quello, bensì le mille, piccole figure che si muovono lì fuori e dentro casa mia, altrettanto grigie.
« Sai, amore, penso che dovremmo proprio investire il prossimo incasso dello spettacolo in una seria disinfestazione: i ratti ormai ci assediano »
Clic.
Sento il rumore di una porta che si richiude, allora mi giro e vedo Gustav che mi fissa: ma da quanto tempo sarà lì?
Si schiarisce la voce.
« Non c’è nessun ratto, Geneviève, lo sai »
Sbuffo. Mi rigiro verso Gaston per farmi dare manforte ma, come sempre quando entra Gustav, lui si dilegua; prima o poi dovrò rimproverarlo.
Allora torno a guardare l’insulso Gustav, che ha incrociato le braccia sul petto e aspetta che io dica qualcosa. Mi incoraggia, con falsa cortesia, con un cenno degli occhi.
Sospiro.
« Quando pensi che mi lascerai stare in pace col mio Gaston? Non è da uomo educato infilarsi di soppiatto nelle camere delle signore mentre sono indaffarate col loro uomo » poi lo stuzzico « sei forse un voyeur
Lui scuote la sua testa pelosa. Pelosa? Volevo dire riccioluta.
« Come te lo devo dire Geneviève: Gustav è morto e tu sei in una clinica psichiatrica »
« Ed io come devo dirtelo, Gustav, che sei un fottuto bugiardo? » mi rigiro verso la finestra. Abbasso la voce, per non farmi sentire.
« Bah, ratti. Che razza infida. »

Mi auguro che la lettura sia stata di vostro gradimento….a domani!

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